Qualcuno più esperto di me, non troppo tempo fa, mi disse che la massima espressione di un vignaiolo si ha quando i suoi vini tendono ad assomigliarli, arrivando quasi ad assumere una dimensione antropomorfica.

Dopo aver incontrato Armin Kobler e aver assaggiato i suoi vini questa teoria mi è sembrata meno fantasiosa di quanto inizialmente avessi creduto.

Ho avuto l’occasione di conoscere Armin, dopo un fugace incontro nella bolgia Vinitaly, un venerdì di fine aprile bislacco e incostante dal punto di vista climatico: il sole caldo di alcune giornate si è alternato con piogge non sempre ristoratrici con le temperature schizzate in basso da un giorno all’altro.

Per incontrare i vigneti di Armin bisogna salire fino a Magrè sulla strada del Vino, piccolo centro sulla destra dell’Adige, che sintetizza già nel proprio nome quanto la vite abbia importanza da queste parti.

Poco più di 5 ettari sono il patrimonio di vigneti a disposizione del vignaiolo Armin, coltivati nel punto più basso del Sud-Tirolo come è scritto con ironia nell’homepage del sito aziendale.

Il mantra che compendia la filosofia produttiva di Armin è vigneto, vitigno, annata. Lo ripete spesso nella mattinata che passo nella bianchissima sala degustazione della cantina, ma non si tratta di uno slogan buono solo per qualche social o per una nuova campagna pubblicitaria.

Armin ci crede, con rigore teutonico e affabilità mediterranea, e lo applica al suo lavoro in vigna e in cantina. Quello che vuole ottenere non è nient’altro che la miglior espressione di un dato vitigno in un territorio a lui vocato nell’annata corrente. Punto. O meglio, è il risultato che ogni produttore di vino dovrebbe avere come primo pensiero alla mattina.

Dicevo all’inizio che vini e vignaiolo possono arrivare ad assomigliarsi, in alcuni casi a sovrapporsi quasi, quando le sensazioni dei primi esprimono il carattere del secondo o viceversa in un gioco di specchi che tende all’infinito.

Assaggiando i vini di Armin questa teoria diventa quasi regola. Se da una parte abbiamo il produttore Kobler dotato di acuta intelligenza, pratico buon senso e ironia sottile dall’altra troviamo i suoi vini che si esprimono su un pentagramma piuttosto somigliante.

Sono vini che esprimono una chiarezza gustativa immediata, che coinvolgono in egual misura predisposizione gastronomica ad una espressività profonda.

Il tratto che continua a farmi riflettere sui vini della Weinhof Kobler è la loro serietà. Mi rendo conto che la definizione di vino serio rischia di scivolarmi dalle mani e diventare un’aberrazione linguistica ma fino ad un certo punto.

Serietà la intendo come caratteristica di un vino che abbia armonia nel sorso, bilanciata ad una struttura non pachidermica e ad una persistenza lunga ed equilibrata.

A questo punto, mi rendo conto, è necessario un piccolo sforzo di immaginazione per comprendere i vini e l’uomo che li produce, allontanandosi il più possibile da qualsiasi figura instagrammabile che si riesca a visualizzare.

Il percorso di Armin è paradigmatico, prima ricercatore all’istituto sperimentale di Laimburg, dal 2006 decide di sporcarsi le mani impegnandosi a fare vino da vigne di proprietà, invertendo una rotta di conferitore di uve alla cantina di Cortaccia.

Oggi Armin è semplicemente un vignaiolo che si pone domande, cerca di arrivare a quello che ancora non conosce, per poi ritrovarsi a porsi nuovi dubbi e ricercare nuove risposte.

In sei vigneti distinti Armin sviluppa la sua visione, dividendola fra quattro vini bianchi da Pinot Grigio, Chardonnay e Gewurztraminer, due rossi da Merlot e Cabernet Franc e un rosato sempre da Merlot.

I vitigni bianchi utilizzati sono quelli della tradizione altoatesina ma che non ricalcano lo stereotipo del bianco alpino, spesso con fruttati da operetta al servizio di un’acidità senza compromessi.

Sono vini cangianti ed espressivi, con una buona propensione gastronomica e dotati di una tessitura pregevole.

Rileggendo le varie note di degustazione prese durante la visita quelle che mi colpiscono maggiormente sono quelle relative alle diverse annate del Merlot Klausner e che rappresentano una sintesi efficace anche del lavoro di questa cantina.

Il Merlot Klausner si situa in una posizione controcorrente rispetto al linguaggio comune che parlano solitamente i Merlot italici. La versione 2011 possiede colore intenso senza avere cupezze, un knock-out fresco/acido che ricorda altri vitigni di questa terra altoatesina, ma con una struttura tannica che mantiene la barra dritta regalando un finale di buona trama.

Forse la teoria, che indagando i vini si possa avere una chiave fedele per capire chi li produce, è ancora troppo prematura per essere assunta come nuovo paradigma per la critica enologica ma in alcuni casi, quello di Kobler è abbastanza rappresentativo, quando vini fatti bene e produttori coscienziosi si incontrano, ecco che lì abbiamo l’evidenza che questa teoria non è così zoppicante.

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