Per chi ama il vino vivere in Piemonte è un privilegio. Tante sono le zone d’eccellenza e i vini riconosciuti come i migliori al mondo, come tanti sono i vitigni autoctoni, ricchezza del nostro territorio, unico in Italia.

Uno tra questi è senz’altro il Pelaverga di Verduno, vitigno tanto apprezzato ed intrigante quanto sconosciuto. Chi l’ha assaggiato lo descrive come “tutto pepe e lampone”, sicuramente i sentori caratteristici, ma c’è molto di più.

La sua casa sono le Langhe, tra i comuni di Roddi, Verduno e La Morra, un fazzoletto di soli diciotto ettari, sparsi tra alcuni dei Cru più importanti al mondo e condivisi con un coinquilino piuttosto ingombrante da queste parti, il Nebbiolo.

Verduno, circondato da splendidi vigneti

Come tutti i grandi vini, la storia del Pelaverga ha radici antiche. Cenni di questo vitigno, allevato a Saluzzo, nonchè delle sue capacità afrodisiache, si riscontrano già in epoca romana.

‟I primi cenni sul Pelaverga risalgono all’epoca romana”

Fino al 1500, il Pelaverga era conosciuto soltanto tra gli autoctoni, finché Margherita di Foix, Marchesa di Saluzzo, ne spedì a Roma una botte come dono a Papa Giulio II.

Il Pontefice apprezzò a tal punto il vino che decise, al fine di consolidare un legame tanto con Saluzzo che con il Pelaverga, di assegnare un vescovo alla cittadina.

Non è finita. La leggenda narra che duecento anni dopo, nel 1700, il sacerdote Sebastiano Valfrè, futuro Beato, portò con sé alcune barbatelle di Pelaverga da Saluzzo a Verduno, sua casa natale, rendendola così nuova dimora del Pelaverga e luogo di incontro con Re Carlo Alberto di Savoia.

Il Re, infatti, grande estimatore dei vini rossi piemontesi, acquistò il Castello di Verduno nel 1832 e proprio lì, oltre a svolgere i suoi esperimenti sul Barolo, era solito degustare Pelaverga. Questo, per la sua estrema bevibilità e per la percentuale alcolica importante, rallegrava di molto la vita a corte, accrescendone la fama di vino afrodisiaco.

‟Alle serate regali presso il Castello di Verduno,  il Re era solito degustare Pelaverga”

Addirittura dopo una serata regale al Castello di Verduno a base di Pelaverga, il Re, euforico, chiese ai commensali presenti di “firmare” uno specchio, incidendolo, in memoria dell’allegra serata appena trascorsa. Tale specchio è tuttora collocato nella sala da pranzo del Castello.

Lo specchio ancora esposto in quella che era la sala da pranzo del Castello di Verduno

Quella serata memorabile rappresentò, tuttavia, l’apice della fama del vino, prima di assistere ad un lento declino, dovuto all’arrivo delle pesti vinicole che si abbatterono sul territorio tra il XIX e il XX secolo. Fillossera, oidio e peronospora decimarono le viti in tutta le Langhe e le due guerre mondiali successive non aiutarono la ripresa, tant’è che negli anni ’50 i pochi grappoli di Pelaverga sopravvissuti venivano vinificati insieme a Barbera e Nebbiolo o venduti come uva da mensa al mercato di Torino.

La ripresa ripartì negli anni ’70, quando alcuni grandi barolisti di Verduno come Bianco, Burlotto e Priola, decisero di recuperare il vitigno, salvandolo dall’estinzione e rilanciandolo come identità a sé stante.

Oggi è grande la voglia degli undici produttori del Consorzio del Pelaverga di promuovere il vino per restituirgli il prestigio perduto e grande è anche il loro orgoglio nel proporre, tra le prestigiose etichette di Barolo, il Pelaverga, oggi vera distinzione dei produttori di Langa.

‟Sono 11 oggi i produttori del Consorzio del Pelaverga”

Il percorso alla scoperta del Pelaverga parte da nord est, da Roddi, dove la cantina Cadia, fondata da Bruno Giachino nel 1996, coltiva i vigneti sulla dorsale della collina del cru Monvigliero, magnifico anfiteatro naturale con terreno calcareo e asciutto.

Il loro Cadia “Verduno Pelaverga” 2016 si presenta alcolico, ricco e dotato di un’ottima persistenza. L’impronta del Monvigliero è ben distinguibile, dai profumi intensi e delicati con sentori di lampone, mela e fiori freschi e dal buon equilibrio e tannino morbido. Il pepe, immancabile, a condire il tutto.

‟L’azienda Agricola Cadia fu fondata nel 1996 da Bruno Giachino”

Lasciato Roddi, mi dirigo verso il cuore della produzione del Pelaverga, Verduno, appena quattro chilometri di distanza tra colline suadenti cariche di vigne. Il panorama è appagante.

“E’ nella vigna che nasce un grande vino”. In queste poche parole di Gian Battista Alessandria c’è tutta la filosofia della cantina, istituzione a Verduno, con un passato piuttosto importante. La cantina era già nota nel 1840, quando Re Carlo Alberto la insignì di due medaglie d’oro per i suoi metodi innovativi nella produzione del Barolo.

Nel 1870 fu acquistata dai Fratelli Alessandria e oggi sono Alessandro e Gian Battista insieme a suo figlio Vittore, a portare avanti l’azienda di dodici ettari, tra i cru di Boscatto, Campasso, Neirane e Riva Rocca. Soprattutto gli ultimi due, con un terreno più argilloso e meno drenante, sono ideali per l’allevamento del Pelaverga, capaci di donargli colore, tannino e struttura.

La famiglia Alessandria

Mi fermo qui per assaggiare lo “Speziale” 2016, un Pelaverga da tradizione, con una buona saturazione del colore, rosso porpora carico. Si presentano al naso il pepe e il lampone, seguiti da una piacevole vena agrumata, a spezzare il classico dualismo. Al palato è principesco ed elegante, mantiene la fama di vino afrodisiaco con un alto piacere edonico.

La strada prosegue verso sud ovest, direzione La Morra, comune celebre per le Grandi Vigne del Barolo e per alcune delle più importanti cantine piemontesi. Una di queste è San Biagio della famiglia Roggero, barolisti da un secolo. È un piacere parlare di vino e di terreni con Gianluca, l’enologo di casa, che mi spiega come la sua famiglia imprima in ogni vino le caratteristiche uniche del Capalot, la collina dove sono coltivate le loro viti. Qui a 400mt di altezza, gli sbalzi termici, le marne calcaree argillose e gli strati di arenaria ricchi di sali minerali donano ai vini opulenza e unicità. Assaggio il San Biagio “Verduno Pelaverga” 2016 incuriosito da quello che posso trovare da un Pelaverga così “meridionale”. È una rivelazione. Rosso porpora cupo, si apre al naso un bouquet di rosa appassita, confettura, prugne secche, agrumi e liquerizia. Il pepe e il lampone presenti, sì, ma parte di un’orchestra che suona all’unisono. Vino ricco, ampio, raffinato.

Quante sfumature ci regala il Pelaverga! Da un piccolo lembo di diciotto ettari, tre vini con filosofie molto differenti. A dimostrazione, qualora ce ne fosse bisogno, della ricchezza e l’unicità di questo territorio, le Langhe, patrimonio dell’Unesco. Dove, se è assodato esista già un Re, il Barolo, incalzabile, c’è un piccolo principe decaduto che reclama il suo posto.

Sono certo che con la sua storia, l’unicità dei suoi profumi e l’aiuto dei suoi estimatori ce la farà.

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